“Amo dunque sono”, di Sibilla Aleramo (RECENSIONE LIBRO)

“Amo dunque sono” l’ho letto in due giorni, nonostante gli sforzi per cercare di godermelo a piccoli sorsi.
Un libro speciale regalatomi da una persona speciale.
Il tema emerge chiaro: l’amore.
Un romanzo epistolare autobiografico, nel quale Sibilla Aleramo raccoglie ben 43 lettere indirizzate al suo amato Luciano (ovvero Giulio Parise), lontano in ritiro.

Scorrevole, seppur con un linguaggio d’altri tempi (si tratta di una pubblicazione del 1927). La poetessa utilizza una scrittura tormentata, passionale, fatta di alti e bassi, di euforie e struggimenti. Il tutto senza alcuna censura emotiva e morale.
Ciò che mi ha molto colpito, infatti, è l’erotismo delicato, molto sensuale ed elegante, mai volgare. Profondo e potente.

Ecco, “potente” è il termine adatto: l’autrice non si risparmia, ama e si concede in modo travolgente, scoprendo i tratti di Donna nel senso più profondo, in un continuo oscillare tra l’attesa e il desiderio, tra speranza e privazione di quel frutto di un sentimento incontrollabile.
Un modo di amare che oggi, a molti, potrebbe risultare quasi “servizievole”, quando in realtà Sibilla stessa eleva la sua “consapevole diversità” di donna, in balìa delle tempeste, come grado più alto del darsi per qualcuno.
Consacrazione che in fondo, già in quegli anni, era una grande rivoluzione.
E lo è tutt’oggi.

di Iacopo Melio

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